Storia di un oro tricolore


Giorgio Rizzi


Fa un freddo incredibile, alla faccia della canicola che sta squassando l’Europa centromeridionale e che solo lo scorso week end ha costretto al ritiro una buona porzione dei partecipanti al campionato internazionale tedesco.
Vabbé che siamo a mille e tre, tra le montagne del Vysoké Tatry ma davvero qua, in Repubblica Slovacca,
non hanno la minima idea di dove sia l’estate.
Inutile cercare di pronunciare correttamente il nome della località che ci ospita: Štrbské Pleso; la giovanissima Kathy, tredici anni per un metro e settanta di simpatia, ride ai miei goffi tentativi, mi ripete il nome con la pronuncia giusta e poi ride ancora.

Per partecipare al Campionato Europeo di Nordic Walking siamo venuti “di lontano”, come fece tanti anni fa il Papa più grande, nato appena al di là di queste montagne, dove si estende la Polonia; mille e quattrocento chilometri di macchina per fare sì che il tricolore fosse presente a questo evento.
Visto che l’Italia continua a essere indifferente all’agonismo internazionale, spetta ancora una volta ai comaschi l’onore e l’onere di cercare di portare i nostri colori in cima al mondo, come abbiamo già fatto in cinque campionati mondiali e centinaia e centinaia di eventi in giro per l’Europa.

Diluvia; il tracciato è uno tra i più duri che abbiamo mai incontrato nelle nostre peregrinazioni europee ed è immerso nella nebbia.
Coraggio starter: spara e facci partire, perché stare qua ad aspettare al gelo e con tutti i pensieri pre gara che si affollano nella mente non è una meraviglia.
Bang. Si va per fortuna.
Il percorso è tutto un su e giù, un continuo cambio di terreno, un continuo cambio di ritmi, un continuo avvicendarsi tra chi è veloce sul piano e se ne va via sul liscio e tecnico e chi è più agile in salita e puntualmente ritorna sotto appena il terreno si fa duro.
“When the going gets tough…” mi sibila ridacchiando un giudice in risposta alla mia smorfia, mentre attacco un salitone… però aggiunge subito “dobro, dobro”, “bene, bene”, avallando la correttezza della mia tecnica.

La Dani è là davanti: un puntino giallo arancione che risalta bene nel grigiore della giornata; la vedo pompare come una dannata; la posta in palio è alta, peraltro.
Dai Dani, tira, che questa è la tua temperatura!
Ormai siamo inzuppati; la pioggia quasi non si sente più addosso; la capricciosa meteo slovacca non ci fa
mancare nulla e ci sciorina sul groppone una bella grandinata.
Giù la testa, almeno per non prendercela in faccia, ma “Nordic Walking” e “giù la testa” sono due assiomi incompatibili; allora privilegiamo tecnica e velocità e, con la testa alta, andiamo avanti.
Siamo venuti “di lontano”, ma non per mollare.

Una salita piuttosto ripida è diventata la riproduzione in scala ridotta delle cascate del Niagara, rendendo impossibile valutare il terreno e decidere come e dove appoggiare i bastoni per ricavarne una spinta migliore.
Si va di istinto, si va di cattiveria, si va di orgoglio e un po’ anche di disperazione, ma c’è un tricolore ancora ripiegato nella borsa che aspetta di essere sventolato.
Andrej, un vecchio amico a bordo pista in veste di giudice internazionale, mi ripete il solito “dobro, dobro”, ma aggiunge “Dani is good”, informandomi che il puntino giallo arancione là davanti sta combinando qualcosa di buono.
Passa il salitone, passa il mini Niagara e comincia il tratto più tecnico e più veloce; di certo è qua che la Dani, tecnica sopraffina, si sta giocando le carte migliori.
La meteo, che parteggia evidentemente per gli atleti di casa, coglie l’attimo e ci scarica addosso la seconda grandine della giornata, ma ormai non ci ferma più nessuno.
Siamo fango nel fango, siamo grandine sotto la grandine, ma andiamo come fulmini.
“Ehi, meteo slovacca, i fulmini non ce li hai?”

Lungo e progressivo discesone verso il traguardo; poi una strappatina da poco che però, con i sampietrini bagnati, sembra una pista da pattinaggio e finalmente la dirittura d’arrivo.
Mentre mi tuffo giù per gli ultimi duecento metri in discesa verso il traguardo sento lo speaker biascicare cose incomprensibili in slovacco, ma capisco il nome di Daniela e mi pare di intendere qualcosa che suona come “majster Európy”.
Non mi serve la giovane Kathy per capire: la Dani è sepolta da mille abbracci; mi sa che quel puntino giallo arancione là davanti, quello che andava come uno sparo, ha fatto l’impresa.

Sono al traguardo; quinto mi dicono… niente male per un povero vecchietto.
Vado alla ricerca della Dani in mezzo a mille braccia che la stringono, a mille mani che la cercano.
“Ehi, ne lasciate un pezzetto anche a me, per piacere?”
Leì è una maschera fatta di trentadue denti di sorriso, di grandi occhi lucidi e del solito imbarazzo nello sguardo per essere al centro dell’attenzione; scoprirò più tardi, guardando le classifiche, che ha regolato tutti, uomini compresi…
Campionessa d’Europa; sembra un sogno ma è tutto vero.

C’è un grande orso in veste di mascotte che attende gli atleti ai piedi del podio.
Invidiamo tutti il figurante che sta dentro quella calda pelle d’orso: di sicuro se la passa meglio di noi, ormai docciati, ma con le giacche a vento addosso; il cuore è caldo però.
Poi è la solita sceneggiata con la Dani, campionessa di ritrosia e di modestia prima ancora che di Nordic Walking, che non ne vuole sapere di comparire.
“Ma devo andare sul podio?”
“Eh, vedi… se arrivavi quarta invece che prima, non ci dovevi andare.”
“Ma devo portare la bandiera?”
“Sì e vedi di mettere i colori dalla parte giusta, non facciamo la figura dei barboni con il rosso a sinistra, eh?”

Mameli fa sempre un certo effetto, mentre il tricolore, col verde al posto giusto, avvolge le spalle della Dani.
Finalmente anche lei sorride e tutti noi sotto ci spelliamo le mani ad applaudire; scende dal podio e me la portano via un’altra volta per mille foto con mille Amici di altrettante nazioni che vogliono portarsi a casa un’immagine assieme alla neo Campionessa Europea.
L’Italia del Nordic Walking Agonistico Ufficiale è qua, signori, sul gradino più alto d’Europa.

La sera siamo ospiti d’onore alla tavolata degli organizzatori; la birra slovacca va giù che è una meraviglia e le lingue si fondono in un crogiolo di italiano, slovacco, inglese, francese, tedesco e chi più ne ha più ne metta.
La fratellanza della grande famiglia del Nordic Walking Agonistico Internazionale è un dono per tutti: per chi vince e per chi arriva ultimo.
La giovane Kathy ride, mi insegna a dire “na zdravie”, “alla salute” in slovacco e non si accontenta di un solo tocco dei nostri bicchieri, il mio di birra e il suo di coca cola, ma ne pretende tre: due sul tavolo e uno tra i bicchieri. Qua si usa così.
Sua mamma, organizzatrice dell’evento mi dice: “Kathy is enloved by you!” e ride con lo stesso sorriso della figlia!
Una serata che non dimenticheremo, per mille motivi.

E’ ora di partire; è tornato persino il sole, giusto per rosolarci a puntino sulla strada verso casa.
Grazie Štrbské Pleso, grazie Andrej, grazie Adrian, grazie Daniel, grazie Eva, grazie Henrieta, grazie Kathy, mia giovane innamorata slovacca, grazie a tutti gli Amici venuti da tutta Europa.
“Talianky, ťažké súperky” ci dicono, che tradotto molto a spanne significa “l’italiana è stata tosta”, mentre agitano le mani in segno di saluto.

Speriamo di tornare il prossimo anno: c’è un titolo europeo da difendere.