Due comaschi ai campionati del mondo

Giorgio Rizzi
Pubblicato su "Como e dintorni" n. 71 - novembre 2009


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Lo sport lariano è da sempre prodigo di soddisfazioni; gli allori approdati sulle sponde del lago sono tanti, grazie ad atleti più o meno noti, che si sono cimentati a livello nazionale, europeo, mondiale od olimpico.
Sarebbe difficile stilare un elenco completo di coloro che hanno portato in alto il nome della nostra città e sicuramente si farebbe torto a qualcuno; tuttavia basta pensare alla tradizione remiera, ai fasti della pallacanestro, ai calciatori che dallo Stadio Sinigaglia sono approdati alla nazionale azzurra, nonché a splendide individualità come quelle di Alberto Cova o del compianto Fabio Casartelli, per rendersi conto che davvero Como occupa un posto di tutto rilievo nei palmares dello sport mondiale.
Questa volta, se non proprio un alloro, almeno una piccola soddisfazione arriva da uno sport minore, uno di quegli sport che nessuno segue, ignorandone o quasi l’esistenza, uno sport fatto di silenzio, di fatica, di sudore, uno sport dove di soldi non ne girano, grazie a Dio, così non c’è la tentazione di inquinare l’ambiente agonistico con porcherie chimiche e con tutte le altre problematiche che troppo spesso affliggono attività sportive più ricche e blasonate.
Uno sport “puro”, insomma.
Dal 11 al 13 settembre si sono svolti nella splendida cornice della Carinzia austriaca i campionati mondiali di Nordic Walking, la marcia nordica caratterizzata dall’uso, oltre che di buone gambe, di due bastoni simili a quelli impugnati dagli sciatori di fondo.
Uno sport che da noi è assolutamente sconosciuto, ma che dalla Confederazione Elvetica in su è talmente diffuso da essere una delle attivita’ sportive che contano il maggiore numero di adepti in Europa.
I campionati hanno riunito professionisti e dilettanti del settore, convenuti persino dalle coste dell’Africa meridionale per disputarsi i titoli mondiali in due diverse specialità: il Cross Country, la gara su strada lungo i ventuno e rotti chilometri della mezza maratona ed il Nordic Hill, la gara in salita su percorso di montagna.
A rappresentare l’Italia, due comaschi non propriamente giovanissimi: Daniela Basso, classe 1959 e Giorgio Rizzi, classe 1956.
Da tempo appassionati cultori del Nordic Walking, conosciuto durante i loro numerosi viaggi nei paesi scandinavi e ormai da diversi anni praticanti di questo sport a livello agonistico, i due comaschi, dilettanti puri, sono stati impegnati nella specialità del Cross Country.
Provenendo da una nazione che tranquillamente può essere considerata una delle cenerentole mondiali di questo sport, c’era da aspettarsi che l’ultimo posto in classifica generale fosse già riservato ai due azzurri e che l’unico risultato ottenibile fosse una nota di folklore e di simpatia nei confronti di questi strampalati italiani, che invece di pensare alla pizza ed al mandolino si sfinivano ad arrancare lungo un tortuoso tracciato mitteleuropeo, ben lontani dalle terga dei campioni locali, professionisti acclamati dal pubblico e dai media.
Consci del fatto che il mondiale avrebbe richiamato concorrenti di elevato livello tecnico ed atletico, i due comaschi non hanno voluto lasciare nulla al caso e hanno affrontato una stagione di allenamento e di rifinitura molto intensa e meticolosa, che ha spaziato da un’adeguata preparazione fisica e tecnica alla ricerca della migliore attrezzatura, operazione quest’ultima quanto mai impegnativa visto che presso i locali fornitori la disponibilità di attrezzi competitivi è praticamente nulla.
Lunghe ricerche in Internet hanno consentito ai due atleti di presentarsi in Austria con dotazioni di tutto riguardo e, di conseguenza, senza scuse per eventuali cattivi risultati.
Dal punto di vista atletico, non si è trattato solo di “mettere chilometri” nelle gambe, ma anche di affinare la tecnica, studiare un’adeguata tattica di gara e migliorare i tempi di “cambio gomme”.
Il Nordic Walking prevede infatti l’uso di diversi tipi di puntale in funzione del terreno; in particolar modo passando da terreni morbidi, come l’erba o lo sterrato, all’asfalto, è necessario dotare il bastone di un “asphalt pad”, un tampone di gomma completo di battistrada che garantisce un’adeguata aderenza e quindi la possibilità di scaricare al suolo la forza delle braccia.
La manovra comporta un notevole rallentamento della marcia o il completo arresto; su un tracciato come quello dei mondiali, che richiedeva ben otto cambi di puntale, era dunque importante essere allenati a pit stop velocissimi, proprio come nelle gare di Formula Uno che spesso si giocano più ai box che sul circuito.
Si è lavorato anche sulle mescole della gomma per essere pronti alle particolari condizioni dell’asfalto; si sono dunque sperimentate un paio di diverse soluzioni, una più densa, meno scolpita ma più durevole su terreni caldi e ruvidi ed una più morbida, con maggiore battistrada, più rapidamente deteriorabile ma più efficace sul bagnato o con basse temperature.
Insomma, quando lo starter ha alzato la pistola per dare il via al Campionato del Mondo 2009, ciò che era nelle possibilità dei due comaschi, tecnici di se stessi e senza alcuna squadra o sponsor alle spalle, era stato fatto; il resto sarebbe stato solo una faccenda di gambe, di fiato, di cuore, di voglia di soffrire.
Partita senza troppi timori reverenziali, Daniela Basso, che già più volte è riuscita a suonarle sode ad atlete teutoniche decisamente più giovani e con fisici da valchiria, è filata via decisa lungo i ventuno chilometri del tracciato, una distanza che poco le si addice, vista la sua propensione a dare il meglio in gare più corte e più veloci.
Una giornata di salute non perfetta e una tattica di gara un po’ troppo audace le hanno negato la soddisfazione di una medaglia di bronzo, che fino agli ultimissimi chilometri sembrava saldamente al suo collo; una crisi forse più emotiva che fisica l’ha costretta a rallentare quando il traguardo era ormai in vista.
Al di là del suo rammarico personale, visto che un podio era tranquillamente a portata di tiro, il risultato finale è di quelli da leccarsi i baffi: il quinto posto alla prima esperienza mondiale è roba per la quale si sarebbe messa un’enorme firma fino al giorno prima e di certo il folto pubblico presente non ha gridato “Italia, Italia” per nulla.
Daniela non è certo tipo da deprimersi e, appena sbollita la rabbia, c’è da giurarci che comincerà ad affilare le unghie per i prossimi campionati e allora saranno dolori…
Giorgio Rizzi ha messo in pratica ciò che ha sempre pensato e cioè che gli sport di fondo siano fatti più di testa che di fisicità e persino di un po’ di rassegnazione (“a ogni gara dopo tre chilometri mi domando cosa diavolo stia facendo, ma poi realizzo che ormai sono in ballo e che quindi anche stavolta tirerò fino al traguardo”…).
Alle prese fin dalla partenza con concorrenti ben più giovani di lui – i capelli bianchi avranno anche il loro fascino, ma non aiutano granché quando si tratta di macinare asfalto - ha sopito la sue caratteristiche di sprinter e, con grande fatica, è riuscito ad andare più adagio di quanto avrebbe voluto nella prima parte del percorso, risparmiando energie per la parte finale che, sadicamente, era quella costellata dalle maggiori difficoltà.
Una tattica che ha dato i suoi frutti; dopo circa quindici chilometri, quando il circuito si addentrava in un lungo tratto di sterrato reso fangoso dalle piogge del giorno precedente, Giorgio è riuscito ad allungare con decisione, sfruttando le prime crisi dei concorrenti che lo precedevano e risalendo numerose posizioni, per prodursi in un allungo finale dagli ottimi riscontri cronometrici che ha portato il pubblico presente a mettere da parte per un attimo le innumerevoli bandiere austriache e a fare il tifo per questo “giovincello” italiano che andava sparato verso il traguardo.
Per lui un quindicesimo posto che va oltre le rosee aspettative, il record personale sulla mezza maratona e un bel ricordo da archiviare nella memoria.
Per entrambi è stata comunque un’esperienza indimenticabile; al di là dei risultati ottenuti rimane l’orgoglio di essere i primi italiani ad avere acquisito una classifica mondiale in questo sport e di avere dimostrato in un altro settore delle umane attività che il tricolore non è solo sinonimo di mafia e spaghetti, ma che ci sono personaggi che ce la mettono tutta per farlo sventolare, pur essendo profondamente critici con le mille magagne che affliggono questa nazione.
L’appuntamento è per il prossimo anno; ci sono dei risultati discreti da difendere e “noblesse oblige”.
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