Due volte campioni del mondo

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Diceva Friedrich Nietzsche che quello che non ci uccide, ci tempra.

Abbiamo avuto due anni di COVID, con il lockdown, la paura del contagio e, ovviamente, la cancellazione di tutti gli eventi agonistici ufficiali.
Sembrava che andasse meglio e invece è scoppiata una maledetta guerra, facendoci capire che andare a gareggiare al confine con una delle zone più calde del mondo non fosse davvero una buona idea.

Poi sono arrivati gli scioperi selvaggi degli aerei, che hanno trasformato gli aeroporti in campi profughi senza patria e senza speranza e, una volta ancora, abbiamo dovuto saltare appuntamenti ufficiali prestigiosi.

A fare diminuire le opportunità di gareggiare non sono mancate neppure le italiche carognate da parte di gente che, se non avesse succhiato la nostra tetta, sarebbe ancora lì a non capire la differenza che passa tra le pere e le mele, ma che invece si atteggia a messia, dimenticando la riconoscenza.

Insomma, quando abbiamo messo in moto la nostra Octavia per recarci in Polonia a disputare il Campionato del Mondo, indetto dalla International Nordic Walking Federation, eravamo certamente ben temprati e Nietzsche, se non fosse passato a miglior vita da oltre centoventi anni, avrebbe potuto avere conferma della veridicità del suo aforisma più famoso.

Viaggiare in auto è lungo e noioso, specie se la meta è ad oltre 1.000 km e oltre sei frontiere nazionali, ma ha i suoi lati buoni.

Viaggiando abbiamo scoperto un paesetto da nulla nel nord della Baviera, dove fermarsi per la cena, la notte e per una bella passeggiata, dove invece dei bastoni abbiamo usato gli ombrelli, ma abbiamo riso, ci siamo rilassati e abbiamo fatto dono dei colori della loro bandiera agli amici del Cameroun, affiancando i nostri coloratissimi ombrelli, uno verde, uno rosso, uno giallo.
E poi, ritemprati, siamo filati via verso la Polonia che ci attendeva, dolce, placida e ordinata come la ricordavamo; giusto il tempo di tirare il respiro ed è giunta la convocazione per partecipare alla cerimonia di apertura.

Foto, applausi, interviste e la sfilata per le strade della città, con la gente che ci acclamava, il traffico bloccato per lasciare spazio al corteo e, probabilmente, i fusibili dei clacson tutti disattivati, visto che non un mugugno si è levato dagli automobilisti, anch’essi in piedi fuori dalle auto per vederci meglio.

Entrare nello stadio della cerimonia protocollare di apertura è una cosa che taglia le gambe; un’emozione incredibile.
Raffa ci ha preso per mano per trovare la forza di andare avanti e così,
mano nella mano e unici tre rappresentanti dell’Italia, abbiamo sfilato insieme e nel contempo parte dei migliori atleti del mondo, seguendo il tricolore ed il cartello ITALY a testimoniare che l’Italia dell’agonismo mondiale, ancora una volta, era laddove stavano succedendo le cose davvero importanti.

E’ stato subito il giorno della gara, con la televisione nazionale pronta a trasmettere la diretta e con la Raffa pronta a partire per la mezza maratona su un tracciato durissimo, che uno dei più forti atleti al mondo non ha esitato a definire “un tentativo di omicidio”.

Ma Raffa è andata via sparata, costante e tenace, giro dopo giro e, al traguardo, è stato evidente che avesse fatto qualcosa di davvero buono.
Giusto il tempo di farle i complimenti e le coccole di rito e via, davanti ai maxischermi elettronici che trasmettevano in diretta i tempi e risultati degli atleti giunti all’arrivo, come accade normalmente in tutti gli sport maggiori quale è, in Polonia,
il Nordic Walking, secondo solo all’immancabile calcio.

Un rapido sguardo e sento una secchiata di ghiaccio filarmi giù per la schiena: un impietoso numero “quattro” indica senza possibilità di appello che Raffa è giù dal podio.
Non posso fare altro che abbozzare un sorriso, ripeterle quanto sia stata brava e alzare quattro dita di una mano…

Lei crolla come un castello di carte, si appoggia a una transenna e si lascia andare al magone.
Poi la vedo sparire in silenzio, già vestita per rientrare in albergo, per andare a cambiare il suo buono pasto con un improbabile piatto di pasta polacca e trovare le forze per tirare sera e metabolizzare la delusione.

Cominciano a premiare la gara da poco finita; sono inquieto e affogo nella delusione.
Da un anno ripeto a Raffa: “seguimi e io ti metterò su quel podio”, ma non è andata così, eppure dentro qualcosa mi dice che non è logico, visto il tempo, viste le avversarie, visto tutto.
Mi piazzo di nuovo davanti al maxischermo e attendo; centinaia di nomi di atleti e di riscontri cronometrici, parziali e finali, ci mettono un tempo infinito e un altrettanto infinito numero di schermate a sfilare via.

E poi, improvvisamente di fianco al piccolo tricolore che indica la nazionalità della Raffa c’è un numero tre, c’è il segno di un lavoro ben fatto, c’è la chiamata sul podio.
Qualcosa nei microchip di quel cocciuto PC polacco ha fatto casino, ma la verità è venuta fuori.
Terza, bronzo, pronta a salire su quel podio, come le avevo promesso.

La cerco al tendone del catering, sperando di trovarla, ma lì non c’è… allora grido “Raffaaaaaaaaa…” talmente forte che il Direttore di Gara si gira per vedere se per caso da qualche parte non stiano amputando le gambe di qualcuno a mente serena, come si faceva nel Vietnam.
La cerco ovunque e finalmente la trovo, nascosta in un anfratto tra due gazebo a mangiare la pasta polacca, sola e triste come un gattino che ha trovato l’ultimo posto dove tirare le cuoia in pace.

Le urlo: “bandiera e pronta a salire sul podio, che sei terza!!”.
Neppure risponde: risorge in un flash di luce, come già successo a Qualcuno duemila anni fa in Palestina e ricompare in un attimo con la bandiera e un “vado bene così?” che testimonia che dietro quel corpo da atleta tenace c’è pur sempre una donna con i suoi vezzi.
E’ festa, è gioia; Raffa piange sul podio e la nostra spedizione in Polonia ha definitivamente trovato il suo perché in una medaglia voluta, sofferta, promessa e raggiunta.

Tocca a Dani e a me, che andiamo via per la cinquemila, la prova più veloce; Dani non sta bene per nulla.
Un acciacco dello scorso anno ha deciso di ricomparire proprio il giorno prima dei Mondiali e lei è bloccata a metà, al punto di fare fatica ad entrare e uscire dall’auto.
Le dico: “se non ti senti, non aggravare la situazione. Abbiamo già la medaglia di Raffa”.
Mi risponde: “provo”.

Partono prima gli uomini, quindi tocca a me mettermi in gioco col mio ginocchio zifolino, che se la Dottoressa Clara, che mi ha rimesso in piedi tempo fa, sapesse che sono qua a fare il brillante ai mondiali, mi amputerebbe la gamba per castigo.
Vado tranquillo ma ho comunque un obiettivo; con sette mondiali al mio attivo, (ma prima devo arrivare in fondo senza squalifiche e recenti episodi hanno dimostrato che non è poi una cosa così certa…), da aggiungere a sette europei, tre Europa Cup, una World Cup e un record mondiale ancora imbattuto, entro assieme a Dani nel gotha degli atleti più esperti e più competitivi del mondo.
Vado tranquillo e del mio ottavo posto sono felicissimo.

Però il mio umore non è dei migliori, perché durante la gara ho visto una ambulanza percorrere il tracciato a ritroso; evidentemente qualcuno sta male o si è fatto male e non posso non pensare a Dani, partita in condizioni così precarie.
Per cui, una volta al traguardo, me ne sto lì con Raffa a guardare fisso il rettilineo di arrivo, mentre l’ambulanza non si vede e i nostri pensieri diventano sempre più cupi.

E poi compare un puntino azzurro che tira come una furia, che sta davanti a tutte, che si fionda verso lo striscione finale e che è evidente che sta benone.
L’ambulanza, lo sapremo dopo, è fuori per un atleta che è caduto e si è fatto male abbastanza seriamente.

Le corro incontro all’arrivo e le chiedo “come va?”
Dani mi risponde con un ruggito come quello del leone della Metro Goldwin Mayer e capisco che è fatta, che la donna sofferente di un’ora prima si è tramutata in una due volte campionessa mondiale e che la nostra trasferta non solo è andata bene, è andata alla grande, è un delirio, è una figata.

Suona Mameli; cantiamo a squarciagola, ridiamo e piangiamo tutti allo stesso tempo.
Piovono abbracci da parte di tutti, senza nazionalità, senza età, senza squadra, senza rivalità; abbracci fraterni, abbracci di gente felice di averci incontrati e che sono contenti per noi.
E’ un festival di strette di mano, di “bravi” detto in tutte le lingue del mondo, di fotografie abbracciati a gente che veste le maglie di paesi che stanno dall’altra parte del pianeta.
Sono emozioni che solo lo sport ben fatto sa regalare e che non si dimenticano più.

Tempo di rientro…
Viaggiare in auto è lungo e noioso, specie se la meta è ad oltre 1.000 km e oltre sei frontiere nazionali, ma ha i suoi lati buoni.

Stavolta la destinazione pianificata per la prima tappa è Monaco di Baviera e la birreria più famosa del mondo, la Hofbräuhaus, dove passiamo la serata consci di avere fatto qualcosa di bello per il nostro paese e per il nostro sport, che dove lo si pratica bene finisce in diretta TV e da noi, invece, finisce a tarallucci e vino, per buona pace di pochi somari.

E poi non è vero: 1.000 km passano subito se in auto non si riesce a stare zitti ricordando le emozioni recenti, l’orgoglio di avere fatto sventolare il tricolore e la gioia di avere vissuto grandi giornate di sport vero.

Ci riproveremo.


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